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Obiettivo: ottenerla tutti.
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Messaggio da leggereda admin » 13/09/2008, 23:18

leggo:
http://www.corriere.it/vivimilano/forum ... tid=213994
http://www.corriere.it/vivimilano/forum ... tid=213980

in quanto persona informata sui fatti, vi invito a consultare alcuni documenti da me inviati, a suo tempo, alla comunità dei Servizi per l'impiego, a memoria dell'attività sperimentale svolta in collegamento con lo Sportello Biagi, con risultati ben superiori a quelli citati, elaborati in dettagliate statistiche, la cui diffusione dovrebbe essere curata, eventualmente, dall' Assessorato:

http://indipertutti.altervista.org/fatti.doc
http://indipertutti.altervista.org/SAFdopoSondalo.ppt

la questione ha rilevanza in questa sede perchè si parla di Servizi concepiti per essere di supporto nella ricerca di un lavoro e che hanno sperimentato negli anni scorsi l'integrazione fra pubblico e privato (Ente locale Comune e Agenzie ex-interinali). Molti colleghi/e precari/e vi hanno lavorato con impegno e in condizioni di continua ansia da scadenza, ma, a prescindere da questo, i risultati non sono misurabili solamente in "posti fissi", bensì vanno considerati i benefici derivanti dalla formazione ricevuta dagli utenti e l'orientamento che ha permesso loro di fare delle scelte professionalmente valide, anche se non tutte con esito a tempo indeterminato. Io stessa sono stata presa in carico dallo Sportello Biagi e da giugno 2005 ho lavorato in Comune 3 anni come somministrata (cessata causa art.49 comma3, quindi per legge oggi disoccupata).

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Messaggio da leggereda admin » 22/11/2008, 8:38

(OMNIMILANO) Milano, 20 nov - “Oggi in una Sala Affreschi stracolma della Provincia di Milano si è svolto un convegno che ha visto la Rete delle associazioni dei professionisti dialogare con il Presidente Penati. I freelance e gli autoimprenditori lombardi chiedono che il welfare sia riscritto, sia universale e sia per tutti.
Chiedono che gli interventi per lo sviluppo non riguardino solo il settore manifatturiero ma anche quello della conoscenza e delle professioni autonome. Due obiettivi questi che a Milano e in Lombardia sono imprescindibili se si vuole tornare a parlare di crescita”. Così Marcello Saponaro, consigliere regionale dei Verdi.
“Dopo l’importante conquista conseguita in Consiglio Regionale con l’approvazione dell’ordine del giorno che ho presentato insieme ai consiglieri del Pd e che chiedeva l’inclusione delle nuove rappresentanze nella consulta delle professioni e l’ampliamento dei bandi e dei finanziamenti ai lavoratori della conoscenza, Regione Lombardia deve modernizzare sia gli ammortizzatori che le regole dei bandi e dei finanziamenti per lo sviluppo. E deve riformare la formazione accogliendo il modello che oggi viene proposto dal convegno: voucher per alta formazione, liberamente spendibili“, aggiunge l’esponente dei Verdi che conclude: “Perché una formazione efficiente e moderna deve saper aggiornare, riqualificare e fornire nuovi strumenti anche a manager, professionisti e autoimprenditori che non possono essere lasciati soli di fronte alla crisi”.

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Un gran bel giro per sostenerci

Messaggio da leggereda admin » 29/11/2008, 10:19

CULTURA & VISIONI
pagina 14 del Manifesto

INCONTRI
Un reddito garantito per lo stato sociale
È nato il nodo italiano del Basic income network
Roberto Ciccarelli

Costola italiana dell'associazione mondiale per il reddito di base, il Basic Income Earth Network (Bien), l'associazione per il reddito garantito Basic Income Network-Italia (Bin) è stata presentata lunedì scorso alla fondazione Basso di Roma. Quello italiano è il diciassettesimo nodo di una rete che, dal 1986, promuove il rilancio dello stato sociale postbellico incentrato sino agli anni Ottanta sulla figura del lavoratore a tempo indeterminato.
A fronte della moltiplicazione delle figure atipiche del lavoro, avvenuta nel corso degli anni Novanta, il lancio del Bin giunge nel momento opportuno. Non solo perché l'opinione pubblica sta scoprendo che, nel nostro paese, non esiste una protezione sociale per i lavoratori intermittenti espulsi dai processi produttivi a fine anno (400 mila secondo la Cgil), ma soprattutto perché nel nostro paese manca del tutto il sostegno al reddito di tipo universalistico per tutti coloro che non sono inseriti in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato (alcuni milioni).
L'Italia, insieme alla Grecia e all'Ungheria, sono infatti gli unici stati membri dell'Unione Europea a non avere mai adottato significative misure contro la crisi del Welfare State e, anzi, è stato il paese in cui più sono state praticate le strategie di privatizzazione dei servizi sociali, accompagnate da una sintomatica quanto reiterata negazione dei diritti fondamentali delle nuove generazioni, giunte sul mercato del lavoro sprovviste delle tutele e delle garanzie riservate a quelle precedenti. La situazione è drammatica: il nostro paese è sostanzialmente ultimo in Europa per occupazione generale, per occupazione femminile, per numero di disoccupati di lunga durata, ha la percentuale più alta di anziani inattivi e quella minore di laureati.
È dunque giunto, secondo i promotori della nuiova associazione, il momento di politiche radicalmente diverse, e coraggiose, che invertano al più presto possibile questa tendenza. La discussione italiana sulla crisi dello stato sociale è da tempo caratterizzato da una molteplicità di iniziative culturali e politiche che purtroppo non hanno ancora raggiunto la soglia critica per esprimere una posizione unitaria. Anche grazie ad un sito internet particolarmente ricco (http://www.bin-italia.org), il Bin si propone come una sponda teorica e culturale utile per arrivare ad una sintesi tra le varie modalità con le quali il reddito di base è stato declinato: reddito di cittadinanza, di esistenza o garantito. Alla base delle intenzioni dei suoi promotori, Philippe Van Parjis e Yannick Vanderborght a livello internazionale e, tra gli altri, Giuseppe Allegri, Giuseppe Bronzini, Andrea Fumagalli, Sandro Gobetti, Luca Santini e Andrea Tiddi a livello italiano, c'è l'idea di ridisegnare le garanzie della «cittadinanza laboriosa» al di là della prestazione lavorativa che un singolo può offrire in cambio di un salario.
Non più inteso come misura assistenziale per le crescenti condizioni di esclusione sociale - un'erogazione monetaria a sostegno della precarietà esistente, come propongono alcuni studiosi a livello europeo -, il reddito di cittadinanza rientra in un insieme di «nuovi» diritti che sappiano mantenere un livello socialmente dignitoso di esistenza, assicurando la possibilità delle scelte indipendenti sul lavoro e nella vita sociale, contemporaneamente alla valorizzazione delle capacità individuali. La scommessa a partire dalla quale il Bin muove i suoi primi passi è quella di assumere il reddito di cittadinanza come una remunerazione individuale ed incondizionata, indipendentemente dallo svolgimento di un lavoro e all'appartenenza ad un nucleo familiare o ad una categoria garantita di lavoratori.
Una misura, quella del reddito, che sembra avere dunque perso il carattere eccentrico che più volte le è stato imputato, sin da quando fu proposta Oltreoceano da un'economista neoliberista come Milton Friedman per poi essere ripresa nel vecchio continente da economisti e studiosi come Philippe Van Parjis, Clasu Offe, Ulrich Beck. In un paese profondamente compromesso dal familismo, sempre più schiacciato dall'ortodossia neo-liberista, dagli sconfortanti ritardi delle politiche sindacali e di ciò che resta della sinistra, la carica anti-gerarchica e redistributiva del dibattito sul reddito è stata guardata con interesse, tempestività ed intelligenza dai nuovi movimenti apparsi sulla scena politica italiana, come quello dell'«Onda» composta dagli studenti e dai ricercatori precari dell'università, come testimonia anche, seppur tra mille cautele, il documento emerso dal workshop sul welfare state svolto durante l'assemblea nazionale del movimento studentesco del 15 e 16 Novembre. La richiesta di continuità di reddito tra un contratto ed un altro, e quella dell'autonomia della ricerca da parte dei non garantiti, sembrano infatti avvicinarsi ai principi generali di un nuovo tipo di cittadinanza.
In attesa che queste posizioni si generalizzino, e che la lotta contro la precarietà diventi l'anticamera per un nuovo tipo di Welfare state, una discussione più avanzata sul reddito può essere utile per rispondere alla crisi senza precedenti dei mercati finanziari, anche in vista delle probabili misure neo-keynesiane che saranno adottate per rilanciare la domanda e per reagire alla recessione in atto.

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dati, analisi e proposta Cgia-Assoc. artigiani e piccole imp

Messaggio da leggereda admin » 04/01/2009, 11:21

» da ANSA 2009-01-04 09:50
LAVORO: 2,8 MLN I PRECARI IN ITALIA, IN 5 ANNI +16,9%
VENEZIA - I precari in Italia, a fine settembre, hanno raggiunto quota 2.812.700. Negli ultimi 5 anni sono aumentati del 16,9%. Sono più numerosi al Sud: 940.400 pari al 33,4% del totale nazionale. I precari sono il 12% del totale degli occupati e il loro aumento, in un lustro, è 5 volte di più dell'incremento registrato dai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato che sono cresciuti, nello stesso periodo, del 3,1%.

A dimensionare il mondo dei lavoratori flessibili in Italia é la Cgia di Mestre che ha analizzato il mercato del lavoro concentrando l'attenzione sul mondo dei cosiddetti flessibili costituito da dipendenti a tempo determinato (che include anche gli ex lavoratori interinali), da lavoratori assunti con collaborazioni coordinate e continuative a progetto e da prestatori d'opera occasionali.

Per Giuseppe Bortolussi della Cgia di Mestre "la maggior presenza di precari al sud è dovuta al fatto che in quell'area sono più diffuse che altrove le attività stagionali che per loro natura richiedono contratti a tempo determinato come l' agricoltura, il turismo, la ristorazione e il settore alberghiero.

Infine, non va dimenticato che una buona parte di questi precari sono assunti nel pubblico che nel Mezzogiorno continua ad essere un serbatoio occupazionale ancora molto significativo". Se i 940.400 precari occupati nel Sud sono il 33,4% del totale nazionale, a Nordovest sono 692.600 (24,6%), nel Centro 606.000 (21,5%) e nel Nordest 'solo' 573.700 (20,4%).

Analizzando l'orario medio settimanale di alcune di queste figure, se un co.co.pro. mediamente ogni settimana lavora 31 ore, un prestatore d'opera occasionale è occupato per 23, contro una media settimanale di un operaio assunto a tempo indeterminato pari a 37 e di un impiegato sempre con il posto fisso pari a 35.

"La cosa interessante - conclude Bortolussi - é che tra gli impiegati e gli operai con un posto di lavoro stabile oltre il 50%, cioé 7.669.000 occupati su un totale di 15.181.000, lavora effettivamente più di 40 ore settimanali contro una media delle due categorie messe assieme pari a 36. Almeno in linea teorica ci sono le condizioni, per alcuni settori produttivi, di ragionare sull'ipotesi di introdurre la settimana corta in funzione anti-crisi".

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da ATDAL Over 40

Messaggio da leggereda admin » 05/01/2009, 14:54

Riporto di seguito un pregevole contributo al dibattito in corso.
..........................................................................
Negli ultimi mesi del 2008, sulla spinta delle fosche previsioni per il 2009, confermate dall’impressionante numero di imprese che hanno già dichiarato lo stato di crisi, abbiamo assistito a una gara di prese di posizione di politici ed esperti di varia natura tutti favorevoli al varo di una riforma degli ammortizzatori sociali basata su di un impianto di misure strutturali capace di fornire una risposta adeguata alle difficoltà delle famiglie, dei disoccupati, dei precari, degli indigenti.
Abbiamo detto in altra occasione che questa levata di scudi giunge con molto ritardo e in un momento in cui le risorse economiche da mettere in campo sono forzatamente limitate. Sono anni che si parla e si sparla di ammortizzatori sociali, anni durante i quali una diversa attenzione e volontà politica avrebbe potuto attingere a risorse che invece sono state destinate ad altre non sempre apprezzabili priorità.
Ma, forse, vale la pena di provare ad analizzare il tema delle risorse economiche e dei criteri con le quali queste vengono impiegate e roviamo a farlo focalizzando l’attenzione sulla Regione Lombardia.
In Lombardia, da anni, vengono avviati progetti, lodevoli nelle intenzioni, finalizzati alla ricollocare o a stabilizzare disoccupati giovani e meno giovani, precari, donne, ecc., con un consistente investimento di risorse finanziarie. Il solo progetto Labor Lab, varato a fine 2007 con l’obiettivo di ricollocare 1000 disoccupati e 1200 precari ove45, ha stanziato una dote di 8000 euro per ogni candidato per un valore complessivo pari a circa 18 milioni di euro. Il progetto si è concluso con risultati sostanzialmente deludenti ed oggi, giustamente, la Regione ha aperto un confronto con le Associazioni che rappresentano queste categorie di disoccupati al fine di individuare nuovi e più efficaci percorsi progettuali. Labor Lab rappresenta solo uno dei progetti finanziati dalla Regione con investimenti globali che immaginiamo siano almeno doppi rispetto ai 18 milioni indicati.
Per parte sua la Provincia di Milano, negli ultimi tre mesi del 2008, ha deciso di stanziare un avanzo di bilancio di circa 30 milioni di euro per sostenere famiglie che vivono particolari condizioni di disagio economico. Uno stanziamento che vedrà l’erogazione a pioggia di un contributo una tantum alle famiglie con reddito al di sotto di una certa soglia in barba a tutti i discorsi sulla necessità di dare vita a misure strutturali e non estemporanee.
Dopo un lungo confronto, non privo di polemiche, tra sindacato e Comune di Milano, sembra si stia arrivando all’accordo per l’istituzione di un fondo di sostegno ai disoccupati, fondo nel quale il sindacato apporterebbe la cifra di circa 2 milioni di euro ed il Comune contribuirebbe in uguale o maggior misura. L’accordo, la cui attuazione avrebbe potuto essere assegnata ai servizi all’impiego di Comune, Provincia o Regione, si concretizzerebbe invece attraverso la creazione di una Fondazione Welfare, con relativo Presidente, Consiglio di Amministrazione stipendi ed oneri annessi.
A tutte queste iniziative ci permettiamo di sommare anche il milione di euro che il Cardinale Tettamanzi ha lodevolmente deciso di devolvere a sostegno dei disoccupati, precisando l’intento di contribuire a creare una misura di tipo strutturale.
Tirando le somme arriviamo ad un totale per difetto di circa 53 milioni di euro.
Ora possiamo provare ad ipotizzare, forse in modo semplicistico ma anche molto concreto, un utilizzo razionale e coordinato di questo ammontare di milioni.
Avremmo potuto destinare 43 milioni di euro per garantire, per un anno, a circa 4500 disoccupati privi di reddito un’indennità di disoccupazione mensile di 800 euro. Un provvedimento strutturale che negli anni a venire avrebbe potuto essere incrementato o stabilizzato in funzione dell’andamento della situazione occupazionale nella Regione.
I restanti 10 milioni di euro si sarebbero potuti destinare al potenziamento quantitativo e qualitativo dei centri pubblici per l’impiego dotandoli di nuove competenze e potenziando i processi di confronto con le associazioni imprenditoriali allo scopo di varare programmi e progetti di formazione mirati rispetto alle esigenze delle imprese. Non solo corsi di formazione per i fantomatici tornitori della cui mancanza si lagnano le piccole imprese ma anche corsi specialistici per “colletti bianchi”, siano essi impiegati, quadri o dirigenti.
Perché misure di questa natura non trovano cittadinanza nelle strategie dei nostri Amministratori Pubblici ?
Esistono certo differenti visioni “politiche” tra le quali quelle di coloro che inorridiscono al pensiero di interventi definiti di tipo “assistenzialista” che pure ritroviamo nella maggior parte dei paesi dell’Europa a 15. Naturalmente chi si schiera contro queste misure evita di giudicare l’inutilità di investimenti in progetti che ad oggi sono serviti sostanzialmente a foraggiare tante società di intermediazione di mano d’opera private.
Vi è poi l’eterno conflitto tra le varie componenti politiche (anche tra quelle che si riconoscono nello stesso schieramento) che fa si che i rappresentanti della Regione difficilmente cerchino di trovare sinergie con quelli di una Provincia o di un Comune e viceversa. Il conflitto trova poi nuova linfa vitale dalla vicinanza con una scadenza elettorale (le Amministrative di primavera 2009) alla quale ogni partito vuole arrivare con il fiore all’occhiello di una iniziativa da presentare agli elettori per dimostrare i propri meriti rispetto ai demeriti dell’avversario.
Infine non va sottovalutato il ruolo delle lobbies che operano nel settore del “business del lavoro” e che in questi anni hanno usufruito di ingenti finanziamenti pubblici a sostegno di progetti di ricollocazione, di formazione più o meno professionale, ecc., senza dovere, nella maggior parte di casi, rendere conto dei risultati.
E’ sufficiente leggere con attenzione le testimonianze rese da disoccupati o precari che hanno partecipato a tanti progetti riversando in essi speranze ed aspettative, per rendersi conto che la strada fin qui seguita non porta da nessuna parte.
Sarebbe quindi il caso di ripensare drasticamente al modo in cui impiegare le risorse pubbliche ma, per fare questo, occorrerebbe porre in cima alla lista delle priorità, non solo a parole ma con i fatti, la necessità di sostenere economicamente chi è stato espulso dal mondo del lavoro e vive reali condizioni di disagio.
Armando Rinaldi
Vice Presidente ATDAL Over40
www.atdal.eu

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Messaggio da leggereda admin » 11/01/2009, 11:36

http://finanza.repubblica.it/News_Detta ... ews=205876

ulteriore articolo su indagine Cgia segnalato dalla lista redditolavoro di ecn.org

ROMA - Un dipendente su due nel settore privato in Italia è senza ammortizzatori sociali. Un esercito di 7.141.300 persone, rileva un'indagine della Cgia di Mestre, pari al 50,9% del totale dei dipendenti italiani (escluso il pubblico impiego). Sono questi, assieme ai precari, sottolinea la Cgia, i lavoratori più a rischio in questa fase di crisi economica. Si tratta di dipendenti che nel caso di esplusione dall'azienda non hanno nessuna misura di sostegno al reddito, come la cassa integrazione ordinaria o straordinaria.

Quanto ai settori di appartenenza di questi lavoratori "senza ombrello", spicca per numeri assoluti quello dei servizi. In questo comparto ci sono 2.336.400 lavoratori dipendenti. Seguono gli occupati del commercio alle dipendenze di aziende con meno di 200 dipendenti (1.968.000), quelli dell'artigianato (889.500, con l'esclusione degli edili che usufruiscono della Cigo), i dipendenti di alberghi e ristoranti (870.000), quelli del credito/assicurazione (544.400 unità) e quelli delle comunicazioni (338.100 dipendenti). Chiudono la classifica i trasporti con 194.800 dipendenti.

"Sono dei veri e propri lavoratori invisibili - dice Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre - che quando stanno a casa non se ne accorge nessuno. Per questo chiediamo al Governo di intervenire e di mettere in campo dei sussidi senza nessun aggravio per le imprese".

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Messaggio da leggereda admin » 10/02/2009, 12:12

http://bollettinoadapt.unimore.it/allegati/09_5_60_AMMORTIZZATORI_SOCIALI1.pdf

Gli ammortizzatori sociali provano il salto di qualità*
Decade dal trattamento di integrazione salariare o dal sussidio di disoccupazione il lavoratore che, a seconda delle circostanze, rifiuti una occasione di lavoro congrua ovvero un percorso formativo di riqualificazione professionale.
È questa una elementare regola di responsabilità, che costituisce il cuore delle politiche europee di workfare e su cui si fondano i più moderni sistemi di ammortizzatori sociali. Ed è questa la principale novità della recente l. n. 2/2009 di conversione del c.d. “decreto anti-crisi” (d.l. n. 185/2008).
Analogo principio, sebbene di portata non generale, era invero già contemplato nel nostro ordinamento all’art. 1-quinquies del d.l. n. 249/2004, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 291/2004. Nel disciplinare i casi di decadenza
dai trattamenti previdenziali e da altre indennità o sussidi, l’art. 1- quinquies stabilisce infatti precisi obblighi nei confronti dei lavoratori beneficiari di interventi per il sostegno al reddito. Tutti i soggetti in cassa integrazione,
mobilità, disoccupazione speciale o comunque percettori di un sussidio legato allo stato di disoccupazione ed inoccupazione sono sottoposti a un obbligo di adesione e attiva partecipazione (nella misura minima dell’80% del corso) a una offerta formativa o di riqualificazione professionale.
Lo stesso articolo prevede, inoltre, un obbligo di accettazione di una offerta di lavoro, inquadrato in un livello retributivo non inferiore del 20% rispetto a quello di provenienza per i lavoratori in mobilità, per i percettori di un sussidio connesso allo stato di disoccupazione o inoccupazione, per i beneficiari del trattamento di disoccupazione speciale, per i lavoratori sospesi in cassa integrazione guadagni straordinaria per cessazione di attività, ovvero in cassa integrazione guadagni straordinaria concessa ai sensi di normative speciali in deroga alla vigente legislazione. Nei casi di rifiuto del
percorso di adeguamento formativo o di reinserimento nel mercato del lavoro, anche nelle modalità di c.d. “presa in carico” di cui all’art. 13 del d.lgs. n. 276/2003, è prevista la perdita dei relativi trattamenti.
Come bene sanno gli operatori del mercato del lavoro, questo complesso impianto normativo, decisivo per la modernizzazione del nostro sistema di ammortizzatori sociali, non è tuttavia mai decollato. Ai fini della effettività
di una siffatta regola di responsabilità è sin qui mancata, per un verso, una lineare circolazione delle informazioni relative ai percettori di sussidi pubblici mentre, per l’altro verso, non è emerso con sufficiente chiarezza chi fosse il soggetto responsabile, anche in termini di possibile danno erariale (si veda la circ. n. 5 del 22 febbraio 2006), della concreta applicazione del regime sanzionatorio e cioè della perdita del beneficio. La stessa mancata segnalazione agli uffici competenti dell’Inps, da parte dei centri pubblici per l’impiego, non risulta essere mai stata sanzionata e non solo per l’inerzia degli operatori. La logica del c.d. “patto di servizio”, almeno per come disciplinata dalle leggi regionali, ha sempre operato ai fini della mera selezione dei beneficiari delle misure di orientamento e sostegno al reinserimento
al mercato del lavoro e non come condizione per l’erogazione del sussidio in capo all’istituto di previdenza. Così come del tutto deresponsabilizzate sono sin qui state le agenzie private del lavoro, rispetto a un obbligo di comunicazione
a cui pure la legge (art. 4, comma 1, lett. f, d.lgs. n. 276/2003) condiziona il rilascio, la conferma o il mantenimento della autorizzazione che le abilita a operare sul mercato del lavoro.
Per superare questa situazione di stallo interviene ora il comma 10 dell’art. 19 del d.l. n. 185, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 2/2009, dove si prevede in modo netto che il diritto stesso a percepire qualsiasi trattamento
di sostegno al reddito, ai sensi della legislazione vigente in materia di ammortizzatori sociali, sia subordinato alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro o a un percorso di riqualificazione professionale. La innovazione
legislativa non è di poco conto. La concessione del trattamento viene dunque ora condizionata ex ante alla dichiarazione di disponibilità del lavoratore e non è più affidata a un incerto e del tutto eventuale impegno ex post, assunto in sede di patto di servizio, che impone un non sempre facile dialogo tra Inps, centri pubblici per l’impiego e agenzie private per il lavoro
e che comunque risulta condizionato dalla molteplicità di normative regionali vigenti in materia. Dispone infatti il comma 10 dell’art. 19 che il lavoratore destinatario dei trattamenti di sostegno del reddito perde automaticamente
il diritto a qualsiasi erogazione di carattere retributivo e previdenziale, anche a carico del datore di lavoro, in caso di rifiuto di sottoscrivere la dichiarazione di immediata disponibilità ovvero, una volta sottoscritta la dichiarazione,
in caso di rifiuto di un percorso di riqualificazione professionale o di un lavoro “congruo” definito ai sensi del già ricordato art. 1- quinquies del d.l. 5 ottobre 2004, n. 249. E con ciò metà del problema è risolto.
Non resta ora che predisporre una adeguata infrastruttura informatica (una banca dati Inps, come indicato dal comma 4 dell’art. 19) per garantire la lineare e trasparente circolazione delle informazioni a tutti i servizi competenti,
comprese le agenzie private del lavoro, su chi sono i percettori dei sussidi al fine di poter offrire loro i percorsi formativi e le occasioni di lavoro di cui parla la legge.
Michele Tiraboschi
tiraboschi@unimore.it
* Il presente intervento è pubblicato anche su Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2009.

Riepilogando, se fossi un operatore dei servizi per l'impiego e l'ufficio mi incaricasse di telefonare a quei disoccupati percettori di ammortizzatori per offrire un posto di lavoro o la partecipazione gratuita a un corso e questi mi rispondessero immotivatamente "no, grazie" dovrei informare l'INPS per il blocco dell'assegno.
Con quale criterio dovrei mettere in ordine la lista dei numeri di telefono? Li ordino dal costo più pesante al più basso? Cioè: prima quelli che prendono 1.000 euro al mese e sotto quelli da 800 ecc. ? O dovrei pescare a casaccio, come per la lista del lavoro di tipo accessorio?
Naturalmente quelli che non hanno diritto a percepire sostegni economici non sarebbero degni di attenzione, tanto non costan nulla!
Allora, prima di procedere a controlli, mettiamo tutti sullo stesso piano, dotandoli di un sostegno dignitoso, a prescindere, e poi partiamo con le offerte di lavoro e corsi ai quali aderire obbligatoriamente.

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intervista a Morando

Messaggio da leggereda admin » 14/02/2009, 16:37

sconsolatamente registro, mentre la mia fine contratto si sta avvicinando
http://www.senato.it/pd/interviste/090109_1.htm
stralcio:
c) sistema universale di ammortizzatori sociali, capace di coprire tutti i lavoratori, unificando gli attuali istituti di sostegno del reddito secondo il modello della flexicurity, di tipo nord-europeo, anche prevedendo l`introduzione del salario minimo legale;

(pardon per il ritardo di un mese nel segnalarlo, però pure tu, Enrico, potevi scrivermelo!)

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dalla stampa visione parziale del problema

Messaggio da leggereda admin » 19/02/2009, 11:21

questa mattina mentre mi recavo al lavoro ho sentito che Radio popolare stava facendo un'incursione all'INPS di v. Melchiorre Gioia a Milano per verificare se vi fosse davvero una folla di disoccupati a chiedere l'indennità di disoccupazione.
Per avere una visione più globale della montante disoccupazione, il posto giusto dove andare a fare rilevazioni ritengo sia altro, e cioè il principale Servizio per l'Impiego (v. Jenner), dove dovrebbe passare ogni disoccupato a dichiararsi come tale, ammesso che lo ritenga utile.
Forse non si è capito ancora che non tutti i lavoratori quando perdono il lavoro hanno diritto a indennità di disoccupazione. Fra poco ci sarò anch'io in quella schiera, e mi recherò in quell'ufficio per motivi di "affezione" ma non perchè io possa avere dall'iscrizione un vantaggio concreto.
Infatti come ex co.co.pro. non avrò nessun diritto da rivendicare. All'INPS risulterà - Gestione separata - che non contribuisco più al sistema pensionistico nazionale, ma non sarò fisicamente "in fila".
Facciamo così: il 16 di marzo mi porto il seggiolino in v. Jenner e ve li conto io.


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